Alesina&Giavazzi vs. Amato
Banchieri sotto stress (anche al Corriere) si rivolgono a Santo Draghi
Già ieri mattina la giornata non si annunciava delle più rosee per gli istituti bancari italiani, e anche una rapida scorsa alla prima pagina del Corriere della Sera sarebbe stata sufficiente per capirlo, assicurano i più sgamati tra gli osservatori. Così è stato, effettivamente, con Piazza Affari che ha chiuso peggio delle altre Borse europee (a meno 2,3 per cento), trascinata dalle forti vendite sui titoli bancari (Banco Popolare meno 5,54 per cento, Bper meno 5,44, Unicredit meno 4,08). Qual era il segno premonitore da rintracciare sulle colonne del quotidiano di Via Solferino?

Già ieri mattina la giornata non si annunciava delle più rosee per gli istituti bancari italiani, e anche una rapida scorsa alla prima pagina del Corriere della Sera sarebbe stata sufficiente per capirlo, assicurano i più sgamati tra gli osservatori. Così è stato, effettivamente, con Piazza Affari che ha chiuso peggio delle altre Borse europee (a meno 2,3 per cento), trascinata dalle forti vendite sui titoli bancari (Banco Popolare meno 5,54 per cento, Bper meno 5,44, Unicredit meno 4,08). Qual era il segno premonitore da rintracciare sulle colonne del quotidiano di Via Solferino? Soprattutto uno: il grido d’allarme lanciato in prima pagina da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, sotto forma di editoriale, intitolato: “A corto di idee e senza capitali”. Un colpo alla politica e uno alle banche, appunto. E da che pulpito, visto che nel Patto di sindacato del quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli siedono – solo per citare alcuni dei protagonisti del salottino finanziario italico – Mediobanca e Intesa Sanpaolo, Unipol e Generali e via dicendo. Alesina e Giavazzi hanno fama di economisti indipendenti, ma il loro chivalà per gli istituti di credito, questa volta, assume ancora più importanza per il fatto di essere ospitato sul bancocentrico Corriere. Il loro atteggiamento, tra l’altro, è diametralmente opposto alla tranquillità ostentata da Giuliano Amato, sul Sole 24 Ore di domenica, in un editoriale sulla “deriva rischiata dall’Unione con il caso Cipro”. (L’ex premier e candidato al Quirinale – dicono i maliziosi – avrà voluto allontanare da sé, prim’ancora che dall’Italia, lo spettro di un prelievo forzoso-bis, dopo quello da lui inventato e applicato nel 1992). Alesina e Giavazzi la pensano in tutt’altro modo: la gestione europea del salvataggio della piccola isola del Mediterraneo, sostengono, danneggerà eccome l’Italia. Primo, rendendo più costoso “rafforzare il patrimonio delle banche”, “perché chi ne acquista le azioni e le obbligazioni deve affrontare un rischio maggiore”. Secondo, perché “una parte dell’attività bancaria potrebbe emigrare verso i paesi le cui banche sono più solide”. Due problemi non da poco, considerato lo stato già precario del settore del credito nel nostro paese.
Scrivono Alesina e Giavazzi che “uno degli ostacoli alla crescita, nel breve termine forse il maggiore, è la scarsità di capitale di cui dispongono le banche. Il motivo principale per cui esse lesinano il credito è che hanno troppo poco capitale”. Questa situazione non è imputabile soltanto alla crisi, anzi, secondo l’economista di Harvard e quello della Bocconi, “uno dei motivi è che i loro padroni, le fondazioni bancarie, hanno risorse limitate, ma non vogliono perdere il controllo delle banche, quindi scoraggiano gli aumenti di capitale sul mercato”.
Al Foglio lo conferma anche Carlo Milani, un passato nell’Abi e oggi ricercatore del Centro Europa ricerche (Cer): “Con l’eccezione dei gruppi maggiori del paese – dice riferendosi a Unicredit, Intesa e Mps – che hanno avuto dall’inizio della crisi una dotazione di capitale sufficiente, dal 2009 al 2012 pari a un Tier1 ratio medio del 9,4 per cento, per le altre banche il problema c’è”. E non finisce qui. Milani ha scritto, sul sito specialistico Lavoce.info, che a frenare l’erogazione del credito c’è oggi anche il dossier “sofferenze bancarie”. “Per le banche grandi, dalla terza alla ventesima nella classifica nazionale in base al totale attivo, le ‘sofferenze bancarie’, cioè i crediti vantati dalle banche verso soggetti in stato d’insolvenza, ammontano nel gennaio 2013 a 125 miliardi di euro, in crescita del 17 per cento rispetto a un anno prima”. Le statistiche dimostrano che “all’aumentare dell’incidenza dei crediti in stato di patologia queste banche hanno reagito riducendo l’erogazione di finanziamenti”.
Dunque, a differenza che in Germania e nei paesi nordici – sono tornati a sottolineare negli ultimi giorni i giornali internazionali – nei paesi mediterranei il credito langue e l’economia reale ne risente. Tuttavia Jens Weidmann, governatore della Banca centrale tedesca, due giorni fa, ha detto di ritenere che non sia compito della politica monetaria occuparsi di questo ennesimo squilibrio intra euro. “Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha sempre detto l’opposto – dice al Foglio Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica economica all’Università di Bologna – La Bce ha attivato politiche straordinarie proprio perché i meccanismi di trasmissione della politica monetaria erano ‘inceppati’, cioè la politica di Francoforte non aveva gli stessi effetti in tutti i paesi dell’euro”. La situazione “dal punto di vista economico è però difficilmente eludibile – continua Manasse – In un contesto di mercati integrati nell’area euro, l’aggravarsi della crisi in alcuni paesi accelera la fuga verso asset sicuri, a partire dai titoli del debito dei paesi dell’Europa del nord. Questo ha un effetto sul costo del debito pubblico, ma genera anche un costo diverso per il credito fornito dalle banche a imprese e famiglie”. Un certo dislivello è fisiologico, ma “se lo ‘spread’ diventa eccessivo rispetto ai fondamentali, allora la quasi segmentazione del settore del credito è chiaramente un problema che sta anche alla politica monetaria affrontare”. Oggi Draghi parlerà a Francoforte, e allora si capirà se il grido d’allarme di Giavazzi e Alesina (e soprattutto degli imprenditori) prevarrà sulle idee del falco rigorista Weidmann.
Dunque, a differenza che in Germania e nei paesi nordici – sono tornati a sottolineare negli ultimi giorni i giornali internazionali – nei paesi mediterranei il credito langue e l’economia reale ne risente. Tuttavia Jens Weidmann, governatore della Banca centrale tedesca, due giorni fa, ha detto di ritenere che non sia compito della politica monetaria occuparsi di questo ennesimo squilibrio intra euro. “Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha sempre detto l’opposto – dice al Foglio Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica economica all’Università di Bologna – La Bce ha attivato politiche straordinarie proprio perché i meccanismi di trasmissione della politica monetaria erano ‘inceppati’, cioè la politica di Francoforte non aveva gli stessi effetti in tutti i paesi dell’euro”. La situazione “dal punto di vista economico è però difficilmente eludibile – continua Manasse – In un contesto di mercati integrati nell’area euro, l’aggravarsi della crisi in alcuni paesi accelera la fuga verso asset sicuri, a partire dai titoli del debito dei paesi dell’Europa del nord. Questo ha un effetto sul costo del debito pubblico, ma genera anche un costo diverso per il credito fornito dalle banche a imprese e famiglie”. Un certo dislivello è fisiologico, ma “se lo ‘spread’ diventa eccessivo rispetto ai fondamentali, allora la quasi segmentazione del settore del credito è chiaramente un problema che sta anche alla politica monetaria affrontare”. Oggi Draghi parlerà a Francoforte, e allora si capirà se il grido d’allarme di Giavazzi e Alesina (e soprattutto degli imprenditori) prevarrà sulle idee del falco rigorista Weidmann.